Con il contributo dell’Assessorato
Regionale alla Sanità e del gruppo ellecidi



Laboratorio di pensieri ed esperienze sociali
Editoriale. Rivista nascente
Epimeteo era, nella mitologia greca,
un Titano, per l'esattezza il fratello minore di Prometeo. (Dai
cultori) egli è ricordato principalmente per avere sposato
Pandora dopo che questa aveva fatto uscire tutti i mali dal famoso
vaso. La cultura greca, e le sue filiazioni compresa la nostra
ineffabile cultura occidentale, hanno valorizzato di questo mito
soprattutto la reazione di Prometeo, che cercò di opporre
dighe tecnologiche ai mali, anzi, di prevenirli attraverso le dighe
medesime. Epimeteo è ricordato in qualche modo come il fratello
ritardato del prode Prometeo; pochi però ricordano che nel
vaso di Pandora è restata la speranza. E che Epimeteo, dunque,
sposa la speranza insieme alla custode d'essa.
Forse ci si fa fuorviare dal nome. Epi-meteo è etimologicamente "colui
che guarda dopo"; ma ciò non deve necessariamente richiamare
ritardo nell'accorgersi delle cose, quanto rimedio dopo che le
cose si sono sviluppate, mediazione nei loro confronti per la costruzione
di sempre nuove armonie. In tal senso Epimeteo è contrapposto
alla glorificazione della prevenzione in Pro-meteo , "colui
che vede prima", il cui rapporto con la natura (e gli altri)
sembra piuttosto caratterizzato da paura e, per questo, organizzato
in una metodologia di previsione per il dominio. Il dominio dell'imprevedibile:
forse Prometeo non sa affrontare il flusso della vita, si costruisce
percorsi sempre più artificiali che sostituiscono il flusso
del vivere di cui ha tanto terrore, sindrome dell'ipercontrollo.
Epimeteo entra invece nella vita senza la pretesa
di essere imperatore e dominatore, senza aspettative di adeguare
il flusso a se stesso: il suo "ri-mediare" è,
nel senso etimologico, di negoziazione con i flussi esistenti,
fuori dalle dinamiche di dominio; e la sua ragione diviene strumentale
solo a condizione che strumento non sia mezzo per lo scopo totalitario,
ma filo di ri-mediazione continua. Dal vaso di Pandora escono i
mali, e non vale prevenzione di dominio: ma vale speranza di rimedio,
posto che la speranza venga custodita.
Epimeteo ha allora il coraggio di aspettare che
la storia si svolga, per poi assumerla e rielaborarla assieme a
tutti gli elementi del flusso, in un'opera di negoziazione che
non cerca un improbabile controllo. Prometeo al contrario erge
le barriere psicotiche della prevenzione perché non regge
al terrore di quanto può accadere, del nuovo, del destabilizzante,
del meraviglioso. Prometeo si accontenta dei propri stereotipi
e li afferma, come in tutte le psicosi del dominio, come verità uniche.
Prometeo è il padre della violenza, violenza necessaria
a difendersi da tutto quello che vive fuori dal suo condotto psicotico
isolato, insonorizzato ma sempre percepito come a rischio ("mi
pietrificheranno!", ancestrale paura di Medusa che è simbolo
del diverso). Epimeteo, invece, è padre della speranza,
e della meraviglia nei riguardi dell'Altro.
Questa rivista nascente si occupa di lavoro
sociale con le persone . Con questa perifrasi intendiamo
definire le pratiche attraverso cui le persone si prendono cura
dei propri bisogni sociali e dei propri modi di stare insieme,
autonomamente o, nel caso, servendosi di professionisti.
A pensarla, e poi scriverla, sono alcuni operatori
sociali di Palermo.
Ci serve un posto dove pensare insieme, ci siamo
detti. Troppo spesso le nostre esperienze migliori finiscono nel
dimenticatoio. I nostri pensieri, niente di eccezionale e tuttavia
cose importanti, concrete, non hanno canali di espressione; ovvero,
non riusciamo a comunicarli tra noi. Certe volte sembra come se
la mano destra non sappia cosa faccia la sinistra, e viceversa,
e gli operatori e i servizi sembrano tante monadi autoreferenziali.
E poi troppo sapere non tematizzato, e lo sappiamo bene che meno
si tematizza più diventa implicito, e più diventa
implicito più rischia di diventare pericoloso per la gente
cui è rivolto, perché perde in contestabilità,
in possibilità di revisione critica, di miglioramento.
Insomma, abbiamo pensato a una specie di laboratorio
permanente nel quale documentare pensieri ed esperienze. La rivista
nascente è uno dei pezzi di questo laboratorio, il documento
scritto che fa da base al confronto, allo scambio, alla proposta,
alla parola.
Ma che c'entra Epimeteo?
Ivan Illich, che coltivava una certa affezione
per il nostro Titano, diceva che il nostro mondo ha privilegiato
le aspettative rispetto alla speranza. "La speranza concentra
il desiderio su una persona dalla quale attendiamo un dono",
dice Illich, mentre "l'aspettativa attende soddisfazione da
un processo prevedibile, il quale produrrà ciò che è nostro
diritto pretendere". Speranza richiama le relazioni personali
e i processi culturali condivisi che le riempiono; aspettativa
richiama la pianificazione dell'esperto secondo regole autoprodotte.
Nel caso del lavoro sociale, questo può essere tradotto
come il privilegio del sapere e dell'intervento di derivazione
professionale a scapito dei saperi e dell'autonomia delle persone
associate.
L'esperienza e le visioni di chi pensa e propone
questa rivista nascente intendono lavorare su questa situazione,
che ritengono un problema. Intendono tematizzare i danni del sapere-potere
professionale nella solidarietà sociale. Intendono contestare
la pretesa, avanzata da alcuni autonominatisi esperti, di regolare
la vita delle persone a propria immagine e somiglianza. Intendono
cercare l'insegnamento dei mille saperi delle persone, per vedere
come si possa costruire la speranza nell'ambito del lavoro sociale,
per così dire.
Questo non significa, come potrebbe pensare qualche
esperto che legga indulgente le presenti note giudicandole un altro
di quei progetti imbecilli da poeta di quarta categoria che si
parla addosso, che la speranza di chi dà il via a questo
laboratorio sia da equipararsi al sogno di un regno altereo e fiabesco
(o apocalittico) nel quale il vitello giaccia col leone e via discorrendo.
Per dirla in metafora, siamo ben coscienti che, come diceva Woody
Allen, in tal caso il vitello dormirebbe ben poco. No; però vorremmo
cercare di riequilibrare il monopolio sociale degli esperti provando
a guardare anche oltre, altrove rispetto al loro sapere.
Compito particolarmente problematico, tra l'altro,
visto che noi stessi siamo per ruolo, in certo senso, "esperti".
Ma anche irrinunciabile, civile.
La rivista è pensata allora in due modi
principali.
Da un lato è portatrice di una visione propria
riguardo al lavoro sociale con le persone, un poco fuori moda rispetto
all'iper-tecnologia sociale imperante e che, grossomodo, può essere
individuata nella ricerca di una "via epimeteica" allo
stare insieme e all'occuparci di noi. Dunque la rivista è,
da questo punto di vista, un luogo dove sviluppare pensieri ed
esperienze e valutazioni di lavoro sociale secondo questa visione.
Dall'altro lato, come si diceva in precedenza,
essa ha l'ambizione di diventare un posto dove si possano confrontare
esperienze e visioni diverse, pensate però rigorosamente
all'interno dei circuiti operativi. Ci interessa dare voce al confronto
tra persone che sono radicate nei bisogni sociali e nelle reti
di cura delle persone e delle comunità. E' un aspetto spesso
trascurato da una pratica di pensiero che è nella maggior
parte legata solo al versante accademico della ricerca. E tra l'altro
questo empirismo, per così dire, può fungere anche
da contrasto a tentazioni ideologiche che sono sempre il rischio
di chi pensa a partire da una chiara identità teorica.
In tutto questo, la scelta locale per quanto riguarda
il contesto di analisi. Si parlerà soprattutto di Palermo,
con operatori palermitani, di gente palermitana. Non è localismo;
piuttosto, esigenza di concretezza di analisi, e punto di partenza
per possibili confronti più ampi con esperienze e pensieri
diversi che nascono da contesti radicalmente diversi (anche se
magari apparentemente non tali).
Il pubblico che vorremmo incontrare sono prima
di tutto operatori, professionisti o di società civile,
che hanno interesse nello sviluppo della comunità alla quale
appartengono, o nella quale lavorano. Vorremmo confrontarci con
loro, imparare insieme a loro, trovarci magari per fare delle cose
comuni. Da questo, incominciare a parlare e fare insieme alle persone "vere".
In questo momento pensiamo a una struttura tematica.
Questo numero unico e sperimentale ha scelto come tema inaugurale
l'ospitalità. Non è un caso. Da un lato, confrontare
le pratiche di lavoro sociale con il tema dell'ospitalità ha
la potenzialità di svelarne aspetti critici magari nascosti,
o ignorati. Dall'altro esaminare alcune esperienze di accoglienza
ci dà l'occasione di iniziare a guardare alla strutturazione
delle organizzazioni di servizio a Palermo.
Nel nostro contesto si parla molto, ultimamente,
di comunità e case-famiglia; e, d'altronde, esse sono tra
i servizi che nel campo del sociale vanno per ora più di
moda. Un esempio per tutti, le comunità per minori che negli
ultimi anni, nel nostro contesto, hanno conosciuto uno sviluppo
incredibile, ne nascono in continuazione, e nel giro di poco vengono
riempite di bimbi. Certo, c'è da considerare l'aspetto finanziario
della situazione, gli Enti Locali hanno l'obbligo di pagare le
rette dei minori inseriti in comunità con provvedimento
dell'Autorità Giudiziaria, e dunque le comunità sono
tra i pochi servizi che (al di là dell'aspetto del business in
senso stretto) assicurano funzionalità e costanza di lavoro
professionale perché hanno assicurato il proprio sostentamento.
Ma rispondono davvero a un bisogno, come si dice? O non si può forse
sospettare all'opera, almeno in parte, anche un meccanismo di induzione
del bisogno, per il quale più comunità nascono più l'intervento
privilegiato a tutela di minori in difficoltà diventa quello
dell'inserimento nelle comunità stesse? Anche se poi c'è da
dire che, purtroppo, risorse alternative ce n'è abbastanza
poche, per non parlare della creatività nel pensarle. Ma
come attivare alternative e creatività senza investimenti
a sostegno delle stesse?
D'altronde la questione ha precise radici storiche.
E' da un paio di secoli che il servizio educativo per eccellenza
per i bambini, nella percezione collettiva, è il collegio
(Cfr. Ph. Ariés Padri e figli nell'Europa medievale
e moderna , Laterza, Roma-Bari, 1994 (1960). pp. 174-200)
, il posto separato che valga come laboratorio di educazione staccato
dalla realtà contaminante di provenienza degli
allievi, per una trasformazione della loro natura perversa o potenzialmente
tale. E non vale rinominazione di sorta: le istituzioni non riescono
a focalizzare la concretezza di soluzioni alternative a questa
forma di istituzionalizzazione ante-litteram. I servizi residenziali,
nella percezione delle istituzioni (specie delle burocrazie) sono
concreti, controllabili, comprensibili; tanto quanto le soluzioni
alternative o creative, anche quando ci siano, sono sfuggenti,
incomprensibili, percepite come "fumo" o "filosofia".
Accanto alla strutturazione tematica, alcune rubriche.
Ci piace pensare uno spazio riguardante la nostra "biblioteca",
i nostri riferimenti maggiori in termini di libri che ci accompagnano,
che siano recenti o classici. Occorre stare attenti a quello che
ci accade attorno, e dunque pensiamo a un sommario di quello che
si è scritto sui giornali sui nostri temi, intendendo per
giornali magari non solo quelli italiani, cercando aria oltre la
nostra provincia. Ci sembra bello cercare anche avere riferimenti
a modelli che hanno influenzato il nostro pensare e il nostro agire,
e allora dedicheremo uno spazio a figure che incarnano o hanno
incarnato tali modelli. Stiamo pensando a uno spazio futuro di
informazione sulle politiche sociali locali, con particolare attenzione
al piano socio-sanitario di zona. E poi altre cose, vedremo.
Questo numero unico serve a verificare le possibilità di
sviluppo e di utilità della nostra idea. E' su queste basi
che pensiamo di aprire il confronto con tutti gli interessati,
con particolare privilegio alla società civile, di solito
abbastanza marginalizzata nelle discussioni autoreferenziali tra
i cosiddetti "esperti" del settore.
E' nostra intenzione utilizzare soprattutto il
web come spazio di pubblicazione, sia per scelta tecnica (la diffusione)
che pratica (i costi). Ma la rivista è solo, se tutto andrà bene,
il punto di partenza di percorsi comuni. Vedremo.
O meglio, speriamo, come direbbe Epimeteo.
[continua...]