Lavorare assieme agli adolescenti:
progettare il futuro
Calogero Lo Piccolo, Gioacchino Borruso
Il lavoro clinico con gli adolescenti sembra
avere assunto nel tempo una rilevanza crescente, spesso sconosciuta
fino ad un recente passato, nel senso che piuttosto che occuparsi
di singole e ristrette frange di ragazzi e ragazze attraversanti
situazioni difficili, una parte sempre più consistente
del variegato mondo ruotante attorno al lavoro clinico si occupa,
a diverso titolo, dell'adolescenza tout court, almeno in Italia.
Da alcuni anni ciò è stato
ufficialmente sancito da una legge che prova a fornire adeguati
strumenti economici e legislativi a progetti aventi come target
gli adolescenti, la 285.
Improvvisa, ma forse non del tutto inaspettata, sembra essere
esplosa una emergenza adolescenza, che travalica gli effimeri confini
dell'attenzione momentanea scandita dall'ennesimo ultimo fatto
di cronaca che veda cruentemente protagonista un minore.
Già, la cronaca.
Adesso la nostra attenzione e le nostre ansie
sembrano essersi focalizzate su ben più tragici scenari apocalittici, a poco
più di un mese dagli attentati dell'11 settembre, ad una
settimana dagli inizi dei bombardamenti sull'Afganistan.
Eppure, anche in questi tragici giorni di
massiccia copertura mediatica quasi a senso unico, la questione
adolescenza continua a fare capolino in prima pagina, incarnata
dai contorni sbiaditi dei volti elettronicamente retinati di
Erika e Omar, i due fidanzatini di Novi Ligure protagonisti di
un fatto di cronaca ad equivalente impatto psichico con il crollo
delle Twin Towers, poiché quei
contorni sfuocati sono divenuti l'emblema del qualcosa che
non riusciamo ad inquadrare, a discernere, che ci ha riempito di
inquietudini e dubbi, facendo crollare molte delle certezze esistenti
sul bene e sul male dello scambio relazionale tra le generazioni.
E ciò ben al di là del matricidio, del fratricidio,
ed anche del possibile progettato patricidio.
Ma cosa ha scatenato tanta inquietudine? Cosa ci ha scosso tanto
ed ha provocato tanto affollarsi di domande irrisolte che hanno
congestionato i pensieri di molti, se non di tutti?
In fondo sappiamo bene che la storia dell'umanità è anche
stata segnata sin dall'origine dei tempi dal tentativo di sciogliere
in modo cruento i legami familiari, che fratricidi, matricidi e
parricidi sono nel bene e nel male profondamente insiti nelle matrici
storico- antropologiche della specie Sapiens Sapiens . Eppure..
Eppure c'è qualcosa che non quadra, che non si lascia catturare
del tutto neanche dalle posizioni più ciniche e fatalistiche,
che non si lascia placare e non ci placa neppure attraverso i consumati
e collaudati trucchi delle risposte attraverso categorie che non
rispondono a nulla poiché rispondono a tutto.
Troppe aporie, troppe incongruenze, troppe
dissonanze in questa storia per non trasformarla in quell'emblematico
enigma che è diventata,
ben al di là delle tristi intenzioni dei protagonisti, motivo
per il quale siamo qui ancor oggi ad evocarla, poiché le
domande che da questa vicenda sono forzatamente scaturite hanno
costituito uno dei punti di non ritorno per le riflessioni che
la vicenda stessa travalicano, per divenire interrogarsi sullo
stato generale dell'arte delle relazioni tra le generazioni; la
questione base è: cosa ha reso possibile che ciò accadesse?
La dinamica degli accadimenti ci dice che non siamo di fronte
ad un gesto impulsivo, allo scatto di ira o furore momentaneo,
che possiamo ragionevolmente supporre che non giochino un ruolo
rilevante neppure stati alterati di coscienza attraverso l'uso
di sostanze stupefacenti.
Ecco la prima aporia, la prima grande nota dissonante rispetto
al nostro acquisito patrimonio di conoscenza pur rispetto all'orrore:
non possiamo appellarci, per rifugiarcene, alla categoria della perdita
del controllo , il file non è classificabile sotto
la goyana categoria del sonno della ragione che genera mostri.
Tutto il contrario, qui di controllo sembra
essercene stato fin troppo, almeno da parte della ragazza protagonista
principale della vicenda, a cominciare dal ruolo di coraggiosa
testimone scampata per un soffio che aveva provato a ritagliarsi
nella vicenda.
E come far collimare questa sinistra immagine
di precoce gelido genio del male con quella tramandataci dalle
testimonianze di tutti coloro che l'hanno conosciuta e la conoscono
e che sempre più confusamente
ossessivamente ci dicono che era tutto normale, che non c'era nessun
segno che potesse far presagire lontanamente un esito tanto cruento
alla sua vicenda esistenziale.
Una ragazzina di sedici anni attraversata
da una scissione così profonda
di personalità da non lasciar trapelare, seppur sintomaticamente,
un qualche segno dell'infernale scenario che le si muoveva dentro?
Ma ciò non fa a pugni con tutte le nostre categorie interpretative
e diagnostiche, dalle classificazioni psichiatriche meramente basate
sulle rilevazioni statistiche dei segni e dei comportamenti visibili,
alle più raffinate e sofisticate griglie psicodinamiche con
le quali proviamo a catturare e rendere parlabili e visibili i
sommersi movimenti dell'inconscio?
Quindi sono tali categorie, che ormai presumiamo
siano divenute pur in vulgata versione patrimonio culturale che travalica
gli ambiti professionali di pertinenza e provenienza, a non funzionare,
oppure qualcuno, - tanti, troppi?- non ha saputo cogliere, non
ha saputo vedere, non è riuscito ad ascoltare?
Ed in entrambi i casi, poco rassicuranti
invero nelle loro risposte, di che cosa parliamo quando parliamo
di ragazzi, giovani, adolescenti, minori ecc.,? E con chi ne
parliamo, e come e perché?
E, soprattutto, quali epistemologie implicite ci guidano nel lavoro
clinico con i ragazzi?
[continua...]